I PANTALONI

18 ottobre 2018


Giallo in fabbricaIl ragionier Pizzi tornò a casa felice.In una elegante borsa di carta rossa con la coccarda gialla, portava il suo ultimo acquisto: un magnifico paio di pantaloni.
Corse in camera per provarli e magari già sfoggiarli con la famiglia a cena.
Li indossò e cominciò a guardarsi allo specchio. Ma il problema che il commesso del negozio aveva abilmente minimizzato si rivelò in tutta la sua cruda evidenza. I pantaloni erano troppo lunghi e lo facevano inciampare.
«Una bazzecola», pensò il ragionier Pizzi. «Vivo con tre donne abilissime a cucire: mia moglie, mia figlia e mia suocera. Li darò a una di loro e in un attimo me li accorceranno». Misurò accuratamente e poi scese con i pantaloni in mano. In cucina incontrò la moglie.
«Cara, mi dovresti accorciare questi pantaloni di sette centimetri giusti giusti…».
La moglie lo guardò con aria seccata. «Non ho tempo oggi. In ogni caso non sono la tua serva!».
Il ragioniere non si scoraggiò. In salotto, davanti al televisore, c’era la suocera. «Per favore, mi puoi accorciare di sette centimetri esatti questi pantaloni?».
«Di sicuro non adesso! C’è “Un posto al sole”, non posso perdermi la puntata… poi ho l’incontro della terza età».
Il ragioniere cercò la figlia. La trovò che fingeva di studiare, mentre telefonava al fidanzato. Anche a lei fece la sua richiesta.
«Neanche per sogno!», rispose la figlia. «Fra tre giorni ho un esame importantissimo!».
Il povero ragionier Pizzi piegò i pantaloni e li lasciò sulla sedia. Il giorno dopo andò a lavorare in banca con i pantaloni vecchi.
La moglie pensò: «Poverino, l’ho trattato male», prese i pantaloni e li accorciò.
Un paio d’ore dopo, vedendo i pantaloni sulla sedia, la suocera pensò: «Ci penso io. Meno male che ci sono io in questa casa…». Per sicurezza accorciò i pantaloni di dieci centimetri abbondanti.
Dopo un po’ anche la figlia, rincasando, trovò i pantaloni sulla sedia e pensò: «Povero papà, tutti lo ignorano. Glieli accorcio io i pantaloni. Quanto ha detto? Sette centimetri o diciassette? Facciamo una quindicina…». Tagliò e rifece accuratamente l’orlo.
Quando il ragioniere, tutto contento, provò i pantaloni nuovi scoprì che non gli arrivavano nemmeno al ginocchio.


Cosa rende bella una casa agli occhi dell’uomo? Forse la grandezza delle sue stanze, l’arredamento, la cura dei particolari, la presenza di oggetti di valore, la sua luminosità…
Cosa rende bella una casa al cuore dell’uomo? Il calore che vi trova dentro, l’affetto, l’attenzione.
Di questo abbiamo bisogno. Di questo ha bisogno chi ci sta accanto.
E questo bisogno non può sempre attendere. Rimandare significa, a volte, perdere un’occasione. Non è detto che dopo otterremo ancora l’effetto giusto.
Dio è diverso. Lui non rimanda, però attende. Attende la nostra preghiera, attende che siamo in grado di mostrargli che abbiamo bisogno di Lui.
Se chiediamo ciò che veramente è importante nella nostra vita la sua risposta non tarderà.
Non è mai stanco, non guarda soap-opera e non passa il tempo al telefono con la fidanzata: aspetta noi, il nostro primo passo.
La vita ci abitua ad attendere. Perché Dio è attesa.
L’amore ci abitua alle “urgenze”. E Dio è soprattutto amore. Amore che sa attendere ma non fa attendere.