ASCOLTAMI CON GLI OCCHI

23 novembre 2017


Ascoltami con gli occhiDon Bosco aveva a cuore la festa di Maria Immacolata.
Questa data, 8 dicembre, segna l’inizio del suo oratorio. L’inizio di tutta la sua opera.
La sua fiducia sconfinata nell’amore di Maria, gli permette di leggere con evidenza il senso di un incontro a prima vista fortuito, casuale.
È lui stesso a narrarlo nelle “Memorie dell’Oratorio”:

“Nella festa dell'Immacolata Concezione di Maria (8 dicembre 1841), nell'ora che mi era stata fissata, stavo indossando i paramenti per celebrare la santa Messa. II sacrestano, Giuseppe Comotti, vedendo un ragazzo in un angolo, lo invitò a servire la Messa.
- Non sono capace - rispose tutto mortificato.
- Dai, vieni a servire questa Messa - insistette.
- Ma non sono capace, non l'ho mai servita.
- Allora sei un bestione! - si infuriò il sacrestano. - Se non sai servire Messa, perché vieni in sacrestia? -
Sempre in furia, afferrò la canna che gli serviva per accendere le candele e la menò sulle spalle e sulla testa del povero ragazzo, che scappò a gambe levate. Allora gridai al sacrestano:
- Ma cosa fa? Perché picchia quel ragazzo? Che male le ha fatto?
- Viene in sacrestia e non sa nemmeno servir Messa!
- E per questo bisogna picchiarlo?
- A lei cosa importa?
- Importa molto, perché è un mio amico. Lo chiami subito. Ho bisogno di parlare con lui.
Il sacrestano gli corse dietro gridando: «Ehi, ragazzo!». Lo raggiunse, lo tranquillizzò e lo riportò accanto a me. Mortificato e tremante stava lì a guardarmi. Gli domandai con amorevolezza:
- Hai già ascoltato la Messa?
- No.
- Vieni ad ascoltarla. Dopo ho da parlarti di un affare che ti farà piacere.
Me lo promise. Desideravo far dimenticare a quel poveretto le botte ricevute e cancellare la pessima impressione che doveva avere sui preti di quella chiesa. Celebrai la santa Messa, recitai le preghiere di ringraziamento, poi lo condussi in una cappellina. Con la faccia allegra gli assicurai che più nessuno l'avrebbe picchiato, e gli parlai:
- Mio caro amico, come ti chiami?
- Bartolomeo Garelli.
- Di che paese sei?
- Di Asti.
- È vivo tuo papà?
- No, è morto.
- E tua mamma?
- Anche lei è morta.
- Quanti anni hai?
- Sedici.
- Sai leggere e scrivere?
- No.
- Sai cantare? - il giovinetto, asciugandosi gli occhi, mi fissò in viso quasi meravigliato e rispose: - No.
- Sai fischiare? - Bartolomeo si mise a ridere. Era ciò che volevo. Cominciavamo ad essere amici.
- Hai fatto la prima Comunione?
- Non ancora.
- E ti sei già confessato?
- Sì, ma quando ero piccolo.
- E vai al catechismo?
- Non oso.
- Perché?
- Perché i ragazzi più piccoli sanno rispondere alle domande, e io che sono tanto grande non so niente. Ho vergogna.
- Se ti facessi un catechismo a parte, verresti ad ascoltarlo?
- Molto volentieri.
- Anche in questo posto?
- Purché non mi prendano a bastonate.
- Stai tranquillo, nessuno ti maltratterà. Anzi, ora sei mio amico, ti rispetteranno. Quando vuoi che cominciamo il nostro catechismo?
- Quando lei vuole.
- Stasera?
- Va bene.
- Anche subito?
- Con piacere.
Mi alzai e feci il segno della santa Croce per cominciare. Mi accorsi però che Bartolomeo non lo faceva, non ricordava come doveva farlo.
In quella prima lezione di catechismo gli insegnai a fare il segno di Croce, gli parlai di Dio Creatore e del perché Dio ci ha creati.
Non aveva una buona memoria, tuttavia, con l'attenzione e la costanza, in poche lezioni riuscì a imparare le cose necessarie per fare una buona confessione e, poco dopo, la sua santa Comunione.
A Bartolomeo si aggiunsero altri giovani. Durante quell'inverno radunai anche alcuni adulti che avevano bisogno di lezioni di catechismo adatte per loro. Pensai soprattutto a quelli che uscivano dal carcere. Toccai con mano che i giovani, che riacquistano la libertà, se trovano un amico che si prenda cura di loro, sta loro accanto nei giorni festivi, trova per loro un lavoro presso un padrone onesto, li va a trovare qualche volta lungo la settimana, dimenticano il passato e cominciano a vivere bene. Diventano onesti cittadini e buoni cristiani.
Questo è l'inizio del nostro Oratorio, che fu benedetto dal Signore e crebbe come non avrei mai immaginato”.


Proprio in quella occasione, Don Bosco recitò insieme a Bartolomeo un’Ave Maria. Quarantacinque anni dopo, ai suoi salesiani dirà: “Tutte le benedizioni piovuteci dal cielo sono frutto di quell’Ave Maria detta con fervore e con retta intenzione”.
Oggi, per ricordare quell’inizio, in tutte le case salesiane del mondo, a mezzogiorno dell’otto dicembre ci si raduna per pregare insieme un’Ave Maria (il cerchio mariano). E’ una preghiera di lode e di ringraziamento. E’ ancora una richiesta di benedizioni. Perché una madre sa ascoltare e una madre sa farsi ascoltare, soprattutto se quella madre è Maria.
La fiducia che Don Bosco ha voluto trasmetterci è proprio questa: una preghiera semplice e sentita, non rimane inascoltata. Maria, nelle pagine della scrittura è sempre rappresentata come colei che sa ascoltare, che sa osservare, che sa conservare tutto nel proprio cuore.
Che anni straordinari saranno stati per Maria quelli in cui, nella semplice casetta di Nazareth, insieme all’uomo che amava, ha visto crescere quel figlio. Quanta cura, quanta attenzione ad ogni sua necessità...
Che anni straordinari saranno stati per Gesù quelli vissuti accanto alla madre.
Alla fine della sua passione, quando ormai aveva dato tutto ciò che poteva donarci, perfino la sua stessa vita, in un estremo slancio di generosità e amore ci concede ancora un dono immenso: la sua stessa madre. “Donna, ecco tuo figlio!”.
Maria è madre di tutti, soprattutto di quelli che una madre non ce l’hanno più, o non l’hanno mai avuta.
Capita, a volte, di sentire storie di madri che abbandonano i figli, che li uccidono o li lasciano morire. Storie allucinanti, al limite della credibilità. Certo, non è naturale, non dovrebbero accadere fatti del genere, si tratta di una perversione della natura. L’amore di una madre è una delle forme di amore più forte e più intenso che la natura abbia mai manifestato.
L’amore di Maria va oltre la stessa natura. Non perché è una super donna, una wonder woman d’altri tempi o una dea della mitologia. In lei la natura è rimasta intatta, semplicemente perfetta. Questo è il senso della festa che ci prepariamo a celebrare.
Lei continua ad ascoltare perché non c’è nulla al mondo che per una madre possa valere più dei propri figli.


Una giovane mamma, in cucina, preparava la cena con la mente totalmente concentrata su ciò che stava facendo. Stava lavorando sodo proprio per preparare un piatto che i bambini avrebbero apprezzato molto: le patatine fritte. Era il piatto preferito dai bambini.
Il bambino più piccolo, di quattro anni, aveva avuto una intensa giornata alla scuola materna e raccontava alla mamma quello che aveva visto e fatto. La mamma gli rispondeva distrattamente con monosillabi e borbottii.
Qualche istante dopo si sentì tirare la gonna e udì: "Mamma".
La donna accennò di sì col capo e borbottò anche qualche parola. Sentì altri strattoni alla gonna e di nuovo: "Mamma".
Gli rispose ancora una volta brevemente e continuò imperterrita a sbucciare le patate.
Passarono cinque minuti. Il bambino si attaccò alla gonna della mamma e tirò con tutte le sue forze. La donna fu costretta a chinarsi verso il figlio.
Il bambino le prese il volto fra le manine paffute, lo portò davanti al proprio viso e disse: "Mamma, ascoltami con gli occhi!".


Ascoltare qualcuno con gli occhi significa dirgli: "Tu sei importante per me".
Lasciamo da parte la nostra superbia e il nostro senso di superiorità. Nessuno di noi è cresciuto mai abbastanza per poter fare a meno per sempre dell’amore della madre.
C’è una “vestito” che possiamo tirare con insistenza, soprattutto quando non stiamo bene. Sono convinto che quegli “occhi” saranno sempre pronti a guardarci. Anzi, ad ascoltarci!